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Ho assistito oggi, 01/02/2013, a una lecture presso ODI, Open Data Institute, istituto, appunto, fondato a Londra nel corso del 2012 con lo scopo di promuovere l’evoluzione degli open data al fine di ricavarne valore dal punto di vista economico, ambientale e sociale.

ODI propone con cadenza settimanale incontri come quello odierno, gratuiti e per un numero limitato di partecipanti, una trentina circa, con il doppio fine sia di trattare gli argomenti indicati che di divulgare la notizia della propria presenza nelle comunità di interesse. Maggiori informazioni in merito sono reperibili nella sezione FAQ e nel calendario del relativo Web site.

La mia visita aveva innanzitutto la natura di primo approccio e lo scopo di osservare l’istituto in termini generali, nel senso di non strettamente legati alla lecture a cui ho assistito. In tale ottica, l’atteggiamento degli organizzatori, tra loro stessi e rispetto ai visitatori, è caratterizzato da:

  • apertura (“we are open by default” attaccato alle pareti con esplicito riferimento non solo ai dati);
  • ricerca del dialogo;
  • facilitazione delle connessioni e collaborazioni;
  • condivisione delle risorse (nome rete e password per l’accesso al WiFi interno sono facilmente individuabili anche nella sala adibita alla lecture, caffè e thé sono gratuiti, e così via).

In termini particolari, quindi scendendo nel dettaglio della lecture (il cui titolo originale era “How can Open Data Revolutionise your Rail Travel?”), e a prescindere dai dati tecnici, non rilevanti per Gruppo Imola, è possibile individuare alcuni output che ritengo valgano per qualunque contesto in cui gli open data si vogliano considerare, esplicitati dal citato relatore o da me dedotti:

  • dove c’è un finanziamento pubblico (cioè proveniente dalla tassazione dei cittadini) devono esserci open data, cioè tali dati devono essere disponbili. Se i dati non sono disponibli è lecito anzi necessario lottare, tramite ricerca e dimostrazioni tecnologiche dei conseguenti vantaggi, per far sì che vengano resi disponibili;
  • si percepisce una funzione sociale degli open data, al fine di preservare il singolo cittadino dal possibile monopolio economico di chi possiede i dati e non li rende disponibili. Le possibilità offerta dagli open data e la loro efficacia in questo senso sono innegabili;
  • al fine di comprendere qualunque set di open data è innanzitutto necessario capire l’istituzione (o l’istituto) che li produce.

ODI ha inviato a oguno dei partecipanti le slide utilizzate nel corso della lecture e l’audio della stessa, entrambi in lingua inglese.

ODI_01022013_01

A livello di considerazioni personali l’esperienza è stata più che positiva, sia in termini dell’istituto nel suo complesso che grazie alla preparazione, alle idee e all’atteggiamento del relatore, Jonathan Raper di Placr Ltd, il quale è riuscito, per i 28 minuti del suo monologo, a far in modo che lo stato delle ferrovie in Gran Bretagna diventasse la mia priorità più alta.

Per i motivi appena citati ho già provveduto all’iscrizione a una ulteriore lecture, in data 22/02/2013, dal titolo “Building an open world“.

Matteo Manzini (mmanzini[at]imolinfo.it)